La sedia a dondolo...
La porta si apre cigolando. Attendiamo qualche secondo, entro io, pochi secondi più tardi, mentre controllo gli angoli, entra anche lei. Avanziamo lentamente. Io copro il lato sinistro della stanza, lei copre il lato destro.
Siamo al centro di un tappeto persiano. Alle pareti sono presenti quadri di dimensioni importanti, ognuno rappresentante una scena di caccia alla volpe. Sopra di noi, un lampadario di cristallo enorme, sorretto da una fune grossa come il mio braccio, galleggia nell'aria in attesa che qualcuno lo noti. Non so perché ricordo questi dettagli, ma l'attenzione è sulle porte. L'ambiente è simmetrico. Due porte sulla sinistra, due porte sulla destra. Davanti a noi una scalinata che conduce al secondo piano.
Ci dividiamo. Io prendo la prima porta a sinistra. Lei la prima a destra.
Il corridoio è stretto, lungo, imbiancato perfettamente, e illuminato da piccole lampade attaccate alla parete di destra. Avanzo con circospezione. Davanti a me si apre una stanza. E' più piccola, un salottino. I quadri alle pareti rappresentano scene bucoliche. Un tavolino da tè è al centro della stanza, poltroncine dall'aria piuttosto scomode lo circondano. Un pendolo torreggia al centro della parete in fondo, affiancato a sinistra, e a destra, da finestre molto luminose.
La stanza sembra vuota. Controllo gli angoli, le pareti, alle mie spalle. Sulla mia sinistra c'è una porta socchiusa. Avanzo nella stanza tenendo la porta sotto tiro. Mi avvicino al pendolo, che oscilla lentamente. Per un instante mi incanto nell'osservare quel moto continuo e costante. Poi intravvedo riflessa nel vetro una sagoma umana. Un respiro profondo, quasi un rantolo. Mi giro di scatto cambiando posizione nella rotazione. Punto l'arma. Ho di fronte un uomo, alto, grosso, muscoloso, respira vistosamente sollevando e abbassando il petto. Ha il volto tumefatto, coperto di sangue, gli occhi sono spenti. Ho la sensazione che non è lì per intavolare una situazione.
Sparo. Due colpi. Testa, cuore.
L'uomo stramazza a terra.
Controllo la stanza. Non c'è nessun altro. Ma ormai ho svelato la mia posizione. Arriveranno altri... Due spari. Non vengono da molto lontano. L'eco riverbera tra i corridoi. Immagino che una scena simile a quella vissuta da me sia capitata alla mia compagna. Mi avvicino alla porta socchiusa. La apro lentamente con la canna della pistola, rimanendo coperto dietro allo stipite. Studio l'apertura con la coda dell'occhio.
Tre spari, questa volta sembrano concitati. La mia compagna è in una brutta situazione.
Entro nel nuovo corridoio. Questo non è illuminato. Lungo quanto l'altro. Lascio aperta la porta alle mie spalle, accendo la torcia, e avanzo lentamente. Alle mie spalle sento dei passi. Lenti, impacciati. Di nuovo quel respiro lento, affannato, sofferente. Mi giro e ho di nuovo quell'uomo. Non è un altro. E' proprio lui. Ne riconosco la silhouette. Sparo. Due colpi, di nuovo, questa volta alle ginocchia.
L'uomo cade a terra. Incapace di camminare, si trascina con le mani. Dietro a lui, però, ce n'è un altro, e immagino che la fila di bersagli non finisca lì. Sparo alla testa del secondo arrivato. Questo cade sul primo, ostacolandone i movimenti. Come avevo intuito, dietro c'è un terzo, che sembra faticare a superare i suoi due compagni.
Proseguo lungo il corridoio e di nuovo mi ritrovo nell'atrio. Lì trovo la mia compagna. E' affannata, e controlla le due porte con la sua arma. Io indico le scale. Saliamo, cerchiamo di mantenere il controllo, lentamente facciamo un gradino alla volta, controllando, lei l'ingresso, io il pianerottolo sopra di noi.
Lei spara, una piccola raffica mirata.
Tre energumeni dal volto spento si agitano a terra. Altri escono dai corridoi che abbiamo percorso poco tempo prima.
Proseguiamo nel salire le scale. Ora tocca a me sparare. Due bestioni vengono colpiti. Ho mirato alla spalla. Il colpo li ha fatti barcollare, perdere l'equilibrio, e cadere dalla balaustra di legno, che non è riuscita a sostenere il loro peso e si è rotta lasciandoli precipitare al piano terra.
Il piano superiore sembra una copia dell'atrio della villa. Alle pareti, però, sono presenti quadri che rappresentano delle terme antiche, forse romane, con uomini e donne che si rilassano al fianco di piscine, mangiando uva e bevendo nettare.
Dalle porte laterali sciamano altri bestioni. Stessa andatura, stessa corporatura, stesso sguardo spento. Sembrano cloni. Sembrano zombie. Peccato che nella realtà non esistono gli zombie. Io finisco il caricatore sulle sagome alla mia sinistra. Lei fa altrettanto su quelle alla destra. Ma non abbiamo molto tempo. Carichiamo e ci dirigiamo verso la porta finestra in fondo alla stanza.
Spalanchiamo la porta senza controllare. Alle nostre spalle si sta radunando un gruppo troppo numeroso da poter essere contenuto con le sole nostre pistole.
Entriamo e, in realtà, ci ritroviamo all'aperto. E' un terrazzo enorme. Davanti a noi c'è una piscina rettangolare, in marmo, con fontane che immettono acqua continuamente nella vasca. Due bambini giocano nell'acqua, o per lo meno così sembra, perché quando facciamo irruzione in quell'ambiente si voltano verso di noi, e hanno lo stesso volto tumefatto, e lo stesso sguardo spento, degli uomini che ci incalzano.
Lei spara ai bambini. Io agli uomini alle nostre spalle. Siamo circondati. Continuiamo a fare fuoco. Io copro il lato destro, lei il lato sinistro. Ma i bestioni continuano ad avanzare, anche i bambini stanno uscendo dalla piscina per aggredirci.
Nella concitazione finiamo in acqua. Siamo spacciati. Sia io che lei abbiamo finito i proiettili. Ci guardiamo negl'occhi. E' finita.
Uno sparo interrompe i miei pensieri. Vengo colpito alla tempia. E' un colpo di striscio, ma sufficiente per intontirmi. Un fischio acuto copre ogni rumore, a parte, in lontananza, quello che sembra un secondo sparo. Anche la mia compagna viene colpita alla testa. Tutto è ovattato, deforme, confuso. A malapena riesco a tenermi a galla.
La lucidità torna un poco alla volta. Mi sciacquo il viso dal sangue che esce dalla ferita superficiale. Mi guardo attorno. Non c'è nessuno. Nessun energumeno, nessun bestione, nessun bambino. Siamo solo io e lei, nella piscina.
Dopo un attimo di confusione, usciamo entrambi dalla piscina. Il terzo uomo ci ha riportato alla realtà. Ne io, ne lei, sappiamo cosa sia accaduto. Forse un gas allucinogeno nei corridoi? Possibile che abbiamo avuto la medesima allucinazione? Il nostro compagno, appostato in un terrapieno sopra alla villa, si è accorto della situazione ed è riuscito a farci rinsavire con una ferita superficiale. Davvero un bravo tiratore.
Allungo la mano per fargli capire che ora tutto è a posto.
Controlliamo i corpetti. Abbiamo ancora tutti i caricatori a disposizione. Anche il caricatore nell'arma è ancora pieno. Siamo confusi, ma la missione non è terminata.
Oltre la piscina c'è una sedia a dondolo di vimini. Ondeggia lentamente. Si intravvede una sagoma seduta. Ci avviciniamo ma... Suona la sveglia.



Commenti
Posta un commento