In palestra col... Cappotto!
La palestra è piccola, piccolissima. E' stretta come un corridoio. Gli attrezzi sono ammassati uno sull'altro, e per spostarci dobbiamo scavalcare letteralmente panche e gente che solleva pesi. In un angolo, su una di quelle sedie sollevate da arbitro di tennis, c'è la personal trainer. E' una ragazza giovane, atletica, con i capelli lunghi legati a crocchia. Indossa un costume olimpionico da nuoto, di quelli interi, blu oltremare, con una banda tricolore sul fianco. Ci osserva con un fischietto in bocca, come se dovesse segnare il tempo, o dare il cambio attrezzo, visto come siamo messi.
A metà corridoio, circa, c'è una rientranza. Lì sono disposti due tapis roulant. Due vecchietti ci sono sopra, vestiti eleganti, col cappello, e il giornale sotto braccio. Corrono come dei velocisti, col tappeto alla massima velocità. Accanto a loro c'è una porticina che da sullo spogliatoio, che consiste in un cubicolo di un metro quadrato, con un attaccapanni e una sedia.
Forse è per questo che tutti quanti fanno sport con i vestiti normali. Non c'è proprio spazio in quel piccolo attaccapanni. E' ricolmo di zaini, ma non c'è spazio per cambiarsi.
Finisco la mia attività sulla pressa. Devo fare degli esercizi a corpo libero. In fondo al corridoio ci sono due tappetini. Su uno sono in tre che fanno esercizi in perfetta sincronia per riuscire a dividersi quel poco spazio.
Comincio a scavalcare le prime panche, salto una cyclette, e mi ritrovo davanti a tre miei compagni di scuola. Io ho 54 anni. Loro sono ancora come li avevo conosciuti, ragazzini giovani, sbarazzini, vestiti con pantaloncini corti sportivi degli anni settanta, e una t-shirt della fruit of the loom.
Ci salutiamo. Grande festa. Pacche sulle spalle. Loro stanno uscendo. Vanno al bar per comprare un Calippo. Io dico a loro che li raggiungo, prima devo finire gli esercizi, e ci salutiamo.
Li vedo uscire e... Suona la sveglia.


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