Un popolo di scrittori... Che non legge!

 Un tempo, molti anni fa, affrontavo queste tematiche, cercavo statistiche aggiornate, le commentavo, era uno degli argomenti principali del mio blog, visto che parlavo di scrittura, e delle mie esperienze in quel mondo.

Gli anni sono passati. Ho abbandonato quel mondo da, forse un decennio, e quel blog non esiste più. Fu un momento traumatico, l'abbandono definitivo di quel mondo, ma durò davvero un attimo, il tempo di un click, e di una conferma successiva. 

Vi assicuro che non soffro di nostalgia. 

Ma oggi devo tornare su quegli argomenti, perché ovviamente il mio passato non è scomparso, e le persone che orbitano attorno alla mia vita conoscono i miei trascorsi, e per quanto non ne abbiano mai colte alcune sfumature, sanno che ho scritto libri, che ho conosciuto editori, e anche alcuni scrittori di livello nazionale.

Tutto ha avuto inizio un mesetto fa. Una persona mi si avvicina, è intimidita per ciò che mi deve chiedere, neppure mi guarda negl'occhi mentre mi parla. Osserva lo spazio vuoto avanti a sé. Osserva il cielo, o forse le cime degli alberi. E mi confessa di aver scritto un romanzo. Di averlo fatto leggere ad alcune persone che conosce, e che ha avuto giudizi incoraggianti. Mi chiede di leggerlo. Io sospiro, poi sorrido, la mia esperienza urla, la mia coscienza urla, in testa ho solo grida che dicono - No! No! No! - ma lo vedo così in difficoltà in questa richiesta che, accetto.

Tempo una mezz'ora ed ecco che arriva il file. File che, mi dice, ha girato ad alcuni editori, e che è in attesa di una loro risposta.

Lo apro. Leggo l'introduzione. Chiudo gli occhi. Inspiro. Espiro.

- Qui bisogna andare giù di matita rossa in modo pesante.

E comincio a leggere. E comincio a correggere.

Bene! Guardiamoci negl'occhi. A tu per tu. Tu che mi leggi in questo momento. 

Sotto quel testo c'è qualcosa. Un omicidio su una piccola calle dell'isola d'Elba. Un corpo trovato da un cane e dalla sua padrona. La gente del luogo ha una storia tutta sua. C'è chi è emigrato in Australia ed è ritornato. C'è chi si è suicidato ancora prima che il romanzo cominci. C'è omertà. C'è voglia che nulla cambi nella tranquilla vita di quell'isolata area geografica. Nessuno vuole che si scateni uno scandalo. Così i carabinieri del luogo vorrebbero insabbiare l'evento, ma arrivano i RIS, perché la vittima è il figlio di un personaggio importante dell'esercito. Ma questo personaggio non è poi così 'potente', perché nel giro di poco il comandante dei RIS è costretto a cedere la sua unità, a farle rientrare a Roma per un'altra indagine, e a investigare da solo. Non manca il mistero delle suore. Vivono in un piccolo convento. Affittano un casolare ai turisti, per l'estate, e conoscevano la vittima. Anche loro, però sono restie a collaborare. Non manca l'elemento romantico, una scintilla che scocca tra il comandante dei RIS e la donna che trovò il cadavere sulla spiaggia.

Se non ci fosse stato qualcosa, avrei issato bandiera bianca quello stesso giorno, quando ricevetti il file e cominciai a leggere le prime righe del prologo.

Quel romanzo è lungo 284 pagine. Ciò che mi ha spinto ad andare avanti, a leggerlo, e correggerlo, è il desiderio di arrivare in fondo alla vicenda, scoprire come si dipana la matassa. E lo sto correggendo non per fare un favore all'autore, ma per riuscire a leggere la storia... Che vi assicuro, in alcuni momenti, è davvero fastidiosa.

E nel malaugurato caso in cui l'autore di quella storia dovesse leggere queste righe, sappia che per scrivere, è necessario leggere. E' necessario leggere molto. Non farebbe male avere anche una piccola infarinata della lingua italiana. Per raccontare, lo dico senza cattiveria, è necessario essere capaci di esprimere i propri pensieri... Perché in quel testo, quello che sto correggendo, ho trovato errori che una volta superata la quinta elementare non dovrebbero più accadere. Non ci sono solo errori ortografici (posso perdonare un all'ora al posto di allora, ma l'ì al posto di lì... no! Quello no!). La grammatica è approssimativa. In un periodo i verbi viaggiano dal presente al passato come se avessero a disposizione un Tardis. La forma narrativa è estremamente ripetitiva. Gli aggettivi sono fuori luogo. Le liste dalla spesa vanno bene solo per fare la spesa (me lo diceva sempre la maestra Cristina, nei lontani anni settanta). Il lettore scafato non perdona le ingenuità. Manca totalmente di riflessione. Il comandante dei RIS, che sta investigando su un omicidio, non può chiedere il telefono di chi ha ritrovato il corpo al proprietario del bar di fronte al molo... Quei dati li ha sin dall'inizio, quando il corpo è stato trovato sulla spiaggia! Mi piange il cuore scriverlo, e probabilmente sarò costretto a dirtelo quando avrò finito il mio lavoro di revisione del testo, chi l'ha letto prima di me, o ha mentito per non ferirti, o non conosce la lingua italiana. Del resto hai già visto un estratto del mio lavoro di revisione... Sai già che qualcosa non andava in quel testo. Il problema è che la mia revisione non è conclusiva. Andrà letto una seconda volta, e smussato là dove a forza di taglia e cuci mi è sicuramente scappato qualcosa.

Tornando invece all'argomento del post. Tutti voi, ne sono sicuro, avete nel cuore una storia da raccontare. Ciò però non è sufficiente. Se volete scriverla... Partite facendo esercizio. Racconti brevi. Semplici descrizioni di un ambiente. Magari leggere qualche libro. Magari ripassare anche un pochino la grammatica italiana. Lavorate sulle basi. Metti la cera, Togli la cera (cit Maestro Miyagi). 


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