Il ginocchio segna il tempo

 Correva l'anno... Oddio, non ricordo neppure quando avvenne. Ero giovane. Ero pieno di energie. Trascorrevo molto tempo in sella alla mia mountain bike per 'evadere' da pensieri e quotidianità. Proprio un'altra epoca, eh? Avevo amici, una compagnia, una community online, scrivevo romanzi e racconti, e frequentavo una ragazza che viveva parecchio lontano da casa mia. 

Quel giorno, era il periodo estivo, stavo rientrando da un giro sui colli sopra a Zola Predosa. C'è una splendida discesa, al cui termine fa una curva dolce attorno alla chiesa del paese, per unirsi a una strada che risale ripida a servizio di una serie di villette. E ricordo bene quel momento.

Scendevo sparato. Niente freni. Giù per quella discesa. Il contachilometri non indicava una velocità folle. Sarò stato sui cinquanta all'ora, non di più. Arrivo in fondo, seguo la curva dolce attorno alla chiesa, ho sufficiente abbrivio per risalire, e sono curioso di vedere fin dove mi porterà tutta quell'energia cinetica che ho accumulato nella discesa, per cui mi affaccio alla salita, scalo preventivamente le marce in modo che, quando dovrò pedalare, sarò già sul rapporto giusto, così da non inchiodarmi perché ho ancora un rapporto troppo diretto. Ecco la salita. La affronto e sono ancora veloce. Forse sono sopra ai trenta all'ora. Faccio qualche metro. C'è uno di quei dossi malefici, quelli di plastica applicati all'asfalto. 

Non me ne preoccupo, e sbaglio. 

Lo affronto perpendicolarmente. Sono convinto che la bici è in grado di superarlo. Mi sollevo dal sellino per ammortizzare con le gambe l'impatto con l'ostacolo. L'avrò fatto decine e decine di volte. Ma qualcosa va storto. La bici rimbalza letteralmente. Vengo sbalzato di lato, verso il marciapiedi. Sbatto duramente la testa sullo spigolo del marciapiedi. Ho il casco. Poi ci striscio col torace e mi faccio un bel taglio. Infine il ginocchio. Una bella botta, mentre rimbalzo sull'asfalto, sempre contro quel maledetto spigolo. Infine la bici, che mi arriva addosso.

Tutto accade in pochi secondi. Ma ricordo tutto così, in sequenza.

Non ricordo dolore. Solo intontimento per la botta alla testa. Rimango lì... Non so quanto tempo. Vedo passare un paio di auto, che non si fermano neppure a controllare se sto bene. Poi mi rialzo, a sedere, ancora un po intontito. Mi massaggio il ginocchio. Rimango così, seduto, per qualche minuto ancora. Poi mi faccio forza. Mi alzo. Prendo la bici. La forcella è un po' storta, la ruota gira. Valuto se risalire e tornare a casa pedalando, o se andare a piedi. Sono diversi chilometri. All'epoca non esistevano ancora i cellulari, o meglio, avevano cominciato ad apparire sul mercato, ma erano delle cabine telefoniche in miniatura, e costavano come un appartamento. In tasca ho i documenti, e ventimila lire. Niente monete per i telefoni pubblici. Mi avvio a piedi. 

Un'auto rallenta. Si abbassa il finestrino. Mi viene chiesto se ho bisogno d'aiuto. Forse non sono lucidissimo, ma sono convinto di poter tornare a casa da solo, per cui rispondo di no. L'auto si allontana. A riprova della mia sicurezza, salto sul sellino e pedalo. La bici sembra a posto. Rientro a casa in autonomia.

Ecco... Quella botta al ginocchio, nel tempo, è diventata un'ottima stazione meteo. Cambia il tempo? Dolore al ginocchio. Se poi deve venire una bufera, al ginocchio si affianca anche il dito che mi ruppi all'asilo (un giorno vi racconterò anche quella storia), e la spalla (colpa dei tennis?), e la cervicale, e pure la microfrattura al tallone. 

Una curiosità: Tutte le parti che sentono il tempo sono sul lato sinistro del mio corpo...


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