Di cadute, amori, annegamenti, e strani amici...

 Ieri notte ho fatto un sogno 'a episodi'. Ero più giovane, un'età indefinita. Studiavo, nella mia camera, non so quale materia, ma studiavo distrattamente. Strani pensieri, oppressione emotiva, sensazioni tipiche dell'adolescenza che conosco molto bene, che ho vissuto, e che forse non mi hanno mai lasciato completamente. La sensazione di sentirsi differenti dai miei compagni, dai miei amici. Loro, sempre spensierati, fuori dalla finestra, che passano il tempo assieme, e io, in casa, che studio, e che mi interesso di cose che gli altri neppure sanno che esistono. Apro la finestra, una boccata d'aria, un po' di pausa non fa male, guardo di sotto, e improvvisamente eccomi cadere nel vuoto. Non mi sono buttato. Sto solo seguendo lo sguardo con il mio corpo, è una sensazione strana che viene interrotta dalla sete.

Apro gli occhi, bevo un sorso d'acqua dalla bottiglietta sul comodino. Sansone si da una scrollata e mi viene ancora più vicino, se possibile. E torna l'oblio.

Mi ritrovo in un campo rom. Un tipo muscoloso, forse ha la mia età, esuberante mi tiene sotto braccio e mi dice che ora abbiamo un legame di sangue, che mi ha trovato, io ero perduto, e che mi ha dato una famiglia. Ha tre amici. Anche loro hanno un fisico da palestra. Tutti e quattro girano con canotte da palestra e jeans stracciati. "Diventerai come noi", dice "Ci penserò io". Mi guardo attorno. Un gruppo di ragazze sta preparando una tavolata. Tra un po' si mangia. Una mi guarda, sorride, la conosco, lei mi conosce "E' anche merito suo se ora fai parte del clan", continua lui. Poi ride, mi da una pacca sulla spalla, e mi spinge verso di lei "Va, va, che credo voglia una bella ripassata da te!". E di sicuro c'è qualcosa, tra me e lei, la sento vicina, profondamente vicina. Ma qualcosa mi sveglia, o l'assenza di qualcosa.

Sansone è ai piedi del letto, deve essere sceso per andare a bere, poi non è più riuscito a risalire. Lo prendo su, lui si accoccola nuovamente accanto a me, ed è buio di nuovo.

Siamo su una spiaggia. Io le la ragazza rom. Camminiamo mano nella mano. Mi dice che sono diverso dagli altri ragazzi. E mi dice anche che lei si sente diversa da me. Vorrebbe capire, magari diventare un po' come me. Dice che nel clan è facile. Gli uomini trombano le donne, portano a casa i soldi, e si comportano come se fossero i capi. Le donne fanno figli, badano alla comunità, e ai soldi, e cercano di evitare che gli uomini si ficchino in guai troppo grossi per loro. Mi tolgo le scarpe ed entro con i piedi nell'acqua. Lei è già a piedi scalzi. Lei continua a parlare a ruota libera. Dice che io non sono come loro. Le dico che mi sento diverso, a prescindere, anche in mezzo alle persone con cui sono cresciuto. Sembra non capire, ma continua "Tu provi sentimenti, emozioni, sei riflessivo", dice "Tu non trombi. Tu fai l'amore...", poi sussurra "Mi piacerebbe, almeno una volta nella vita, fare l'amore". Io la guardo. Occhi negl'occhi. Ci siamo fermati un'istante. Le prendo la mano e poi torno a camminare "Per me, anche tenersi per mano, è fare l'amore". Lei si ferma, mi guarda, lascia la mia mano. Io continuo a camminare, entro nell'acqua, sempre più avanti. La sento salire, prima le caviglie, poi i polpacci, poi la vita, e ancora più su. Lei mi osserva, alza una mano, ormai ho l'acqua alle spalle... Non ho mai imparato a nuotare seriamente, penso.

Apro gli occhi, sono convinto che sia mattina, ma l'orologio dell'iPhone segna le sette, è ancora presto, per cui bevo un sorso e torno a chiudere gli occhi.

Sono alla fermata dell'autobus. E' passato del tempo. Non so quanto tempo. Sto parlando con un amico dell'esame universitario che avremo a breve. Con me c'è una ragazza di colore, più o meno ha la mia età. La sua pelle è caffelatte, ha capelli ricci, folti, che le circondano il viso affilato. Ha occhi profondi, naso piccolino, due fossette che sorridono. Mi tiene per mano. Una vecchietta vicino a noi sbotta. Sta sfogliando il cellulare "C'è sciopero... Hai voglia ad aspettare...". Noi interrompiamo le nostre chiacchiere. Io guardo la ragazza e le chiedo se le va di camminare. Il nostro amico, intanto, ci saluta, lui deve rimanere in centro. Ci faceva solo compagnia in attesa dell'autobus. La ragazza annuisce, per cui ci avviamo verso casa. Qualche minuto di cammino, in silenzio, mano nella mano, ed ecco il rombo di una grossa jeep. E' una di quelle scoperte, con le ruote alte, da sabbia, una Renegade degli anni novanta, credo, di quelle che si vedevano girare quando ancora ero piccolo. La riconosco. E' nera, con delle fiamme dipinte sulle fiancate. A bordo ci sono quattro ragazzi. Sono loro. Muscolosi, con la solita canotta e i jeans strappati. Alla guida c'è quello che mi aveva tenuto sotto braccio. Ho come un momento di nostalgia fortissimo. Mi devo fermare. La ragazza mi guarda incuriosita. Poi vede la jeep. Non sta correndo. Anzi, va piano. Ma il suo scarico è stato modificato ad arte per fare rumore, il più forte possibile. A bordo ridono, un paio di loro ha una bottiglia di birra e ogni tanto la sorseggia. Li guardo passare. La ragazza stringe la mia mano, preoccupata, ma io non smetto di guardarli. I miei occhi incrociano quelli del ragazzo alla guida, che annuisce lentamente. Tra me e lui c'è un legame. Non so cosa sia successo dal momento in cui io sono entrato in mare, e quell'istante preciso in cui li rivedo sulla jeep ma, per quanto entrambi sappiamo di essere diversi, loro, per me, sono la mia famiglia.
Il ragazzo suona il clacson ripetutamente. Alza una mano. Gli altri si alzano in piedi sui sedili e mi salutano sbracciandosi. Sorrido. Danno gas e sfrecciano via. Io li guardo andare... Li saluto col pensiero, e mi sveglio definitivamente.

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